Quando ho iniziato a studiare economia all’università, ormai oltre 30 anni fa, i manuali più diffusi spiegavano che la principale scelta economica di uno Stato era rappresentata da quanto spendere in burro e quanto in cannoni. I cannoni rappresentano la spesa in armamenti e sicurezza, mentre il burro quella in scuola, sanità, pensioni, assistenza ai più poveri. Questa scelta è diventata sempre meno importante quando sono calate le tensioni internazionali e la maggior parte degli stati sviluppati ha preferito la pace ed il libero commercio internazionale alle guerre, riducendo drasticamente la spesa militare. Ma il panorama globale sta nuovamente e rapidamente cambiando negli ultimi anni: dopo decenni di relativa calma dopo la Guerra Fredda, il numero di conflitti attivi è salito a livelli mai visti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le crescenti tensioni geopolitiche e le maggiori preoccupazioni per la sicurezza stanno spingendo molti governi a rivalutare le loro priorità e spendere di più per la difesa. Queste spese fanno bene o male alla crescita economica? Uno studio del Fondo Monetario Internazionale pubblicato in settimana cerca di rispondere a questo interrogativo.
Il ritorno dei “Boom” militari
Negli anni recenti abbiamo assistito ad un vero “boom” mondiale delle spese nel settore della difesa. Non si tratta di piccoli aggiustamenti: negli ultimi cinque anni circa la metà dei paesi mondiali ha aumentato il proprio budget militare; oltre il 40% è arrivato a spendere più del 2% del PIL per la difesa.

Gli aumenti della spesa per la difesa in genere si traducono in crescita economica, ma con un rapporto di uno ad uno, senza avere un effetto moltiplicativo: ogni euro investito genera circa un euro di ricchezza aggiuntiva (il cosiddetto “moltiplicatore” è vicino a 1), creando posti di lavoro e aumentando i consumi solo nel breve termine.
L’illusione della crescita
Il report evidenzia che nell’immediato spendere in difesa può far girare l’economia. Tuttavia, nella realtà circa i due terzi di questi aumenti vengono finanziati facendo debito. In pratica, compriamo sicurezza oggi con i soldi che dovremo restituire domani.
Inoltre, questo stimolo ha possibili controindicazioni significative:
- Inflazione: talvolta l’economia rischia di surriscaldarsi, facendo salire i prezzi;
- Importazioni: molti paesi non producono le armi che acquistano e comprare all’estero significa che i soldi escono dai confini nazionali per arricchire i produttori esteri;
- Investimenti privati: quando lo Stato si indebita troppo per la difesa, le aziende private faticano a trovare finanziamenti e lo fanno a tassi più alti, frenando la crescita ed l’innovazione civile.
Il dilemma: Cannoni contro Burro
Il cuore del problema è il trade-off tra “cannoni e burro”. Quando un governo decide di non fare debito, ma di finanziare la difesa tagliando altre spese, le conseguenze possono essere pesanti. Il report mostra che in questi casi la spesa sociale (sanità, istruzione, pensioni) crolla drasticamente, con tagli reali che possono superare il 20% in tre anni. La situazione diventa drammatica in tempo di guerra: qui il debito pubblico esplode (crescendo mediamente di 14 punti di PIL) e i servizi per i cittadini vengono sacrificati indipendentemente da come si decide di pagare le armi.

Come uscirne?
Il report suggerisce che non tutto è perduto, se si gioca d’anticipo. La soluzione risiede in una pianificazione seria a medio termine: non si può gestire un aumento della spesa militare come un’emergenza continua. Puntare sulla ricerca e sviluppo può aiutare, perché le innovazioni militari spesso hanno impatti anche nel mondo civile, portando crescita a lungo termine. Si pensi allo sviluppo di internet, del GPS o delle risonanze magnetiche che hanno avuto origine da esigenze militari. Inoltre, la cooperazione tra paesi alleati (come acquisti congiunti) potrebbe abbassare i costi e rendere tutto più efficiente.
Conclusioni
In un mondo sempre più incerto, le esigenze di difesa sono diventate certamente una necessità, ma la storia ci insegna anche un’altra verità: ogni proiettile prodotto è, in ultima analisi, un pasto sottratto a chi ha fame o una lezione in meno per chi vuole imparare. Tutto ciò impatta negativamente sulla crescita della produttività e del benessere economico nel lungo termine. La vera sfida del futuro non sarà solo decidere quanto armarsi, ma capire come farlo senza distruggere la prosperità che quelle stesse armi dovrebbero proteggere.

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