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Dal 1° luglio 2026 entrerà in vigore una delle riforme più significative degli ultimi vent’anni per la previdenza complementare. La Legge n. 199/2025, modificando il D.Lgs. 252/2005, ridefinisce le modalità con cui i lavoratori accederanno ai fondi pensione, conferiranno il TFR e potranno trasferire nel tempo la propria posizione previdenziale.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: aumentare le adesioni e rafforzare il secondo pilastro previdenziale in un Paese in cui la partecipazione resta ancora troppo bassa. Di seguito le principali novità.

 

 

L’adesione automatica: il nuovo “default” per i neoassunti

La novità più rilevante riguarda i lavoratori assunti dal 1° luglio 2026. Il nuovo meccanismo prevede che, entro 60 giorni dall’assunzione, il lavoratore debba scegliere se aderire o meno a un fondo pensione. In assenza di una scelta esplicita, scatta il silenzio-assenso. Per chi è stato assunto prima del 1° luglio 2026, resta invece il termine di sei mesi previsto dalla normativa precedente.

In pratica:

  • il lavoratore viene automaticamente iscritto al fondo previsto dal proprio Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL);
  • se il contratto non indica un fondo, l’adesione avviene al fondo negoziale di riferimento del settore;
  • l’iscrizione decorre dalla data di assunzione, non dal 60° giorno.
  • L’adesione automatica comporta il versamento non solo del TFR, ma anche dei contributi del lavoratore e del datore di lavoro, secondo le aliquote previste dal contratto collettivo.

Il meccanismo del silenzio-assenso già in vigore viene quindi accelerato e rafforzato, con l’obiettivo di favorire l’adesione alle forme di previdenza complementare.

 

 

Investimenti “lifecycle” per chi entra automaticamente

Le forme di previdenza complementare offrono diverse linee di investimento, con profili di rischio differenti, per adattarsi alle esigenze dei lavoratori in termini di orizzonte temporale e propensione al rischio. La normativa precedente prevedeva che i lavoratori aderenti per silenzio-assenso destinassero i propri contributi alle linee più prudenti e a capitale garantito. Con la riforma, invece, per gli iscritti tramite silenzio-assenso i fondi dovranno gestire i contributi secondo la logica cosiddetta life-cycle: i lavoratori più giovani saranno indirizzati verso linee più dinamiche, con una maggiore componente azionaria, mentre il rischio verrà progressivamente ridotto con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, spostando i contributi verso linee più prudenti. È una scelta coerente con le migliori pratiche internazionali: chi non sceglie viene comunque collocato in un profilo adeguato alla propria fase di vita, anche se si tratta di un’opzione che richiederebbe maggiore consapevolezza da parte dei lavoratori.

 

 

Portabilità totale: si muove anche il contributo del datore di lavoro

Dal 31 ottobre 2026 entra in vigore un’altra innovazione attesa da anni: la portabilità integrale della posizione individuale, compreso il contributo del datore di lavoro.

Finora il contributo aziendale era “vincolato” al fondo previsto dal CCNL. Con la riforma, invece, segue il lavoratore in qualsiasi fondo decida di trasferirsi: negoziale, aperto o PIP. Si tratta di un passo verso un sistema più concorrenziale, più flessibile e più vicino alle esigenze individuali, che fa leva anche sugli interessi commerciali dei fondi pensione gestiti da banche e assicurazioni per incentivare l’adesione dei lavoratori e offrire loro un’assistenza più professionale nella scelta.

 

 

Prestazioni più flessibili e tassazione più favorevole

La riforma non interviene solo sulle regole di adesione, ma anche sulla fase di uscita, introducendo novità rilevanti nelle modalità di liquidazione del montante accumulato al momento del pensionamento:

  • Innalzamento della prestazione erogabile sotto forma di capitale: la quota massima del montante accumulato che può essere richiesta sotto forma di capitale, in alternativa alla rendita, sale dal 50% al 60%.
  • Nuove tipologie di prestazioni: oltre alle rendite vitalizia e reversibile già previste, il lavoratore potrà scegliere tra ulteriori modalità di erogazione.
  • Rendita a durata definita: erogata per un numero di anni pari alla vita attesa residua dell’aderente,calcolata sulla base dei dati ISTAT;
  • Prelievi liberamente determinabili: consentiti entro i limiti fissati dalla legge;
  • Erogazione frazionata: il montante viene corrisposto tramite rateizzazione, con durata minima di 5 anni.

Per le prestazioni frazionate viene introdotta una nuova aliquota di tassazione, con ritenuta del 20%, ridotta di 0,25 punti per ogni anno di partecipazione oltre il 15°, fino a un minimo del 15%.

 

 

Incremento della deducibilità fiscale

È opportuno ricordare che, con la finanziaria 2026, il limite di deducibilità dei contributi ai fondi pensione è stato aumentato a 5.300 euro annui. A partire da quest’anno, quindi, i contributi volontari dei lavoratori beneficeranno di un incremento rispetto all’attuale soglia di 5.164,57 euro: un aumento contenuto, ma simbolicamente importante. Per i lavoratori di prima occupazione, l’extra-deducibilità sale a 2.650 euro, rafforzando il principio secondo cui iniziare presto conviene.

La deducibilità dal reddito rappresenta un ulteriore incentivo all’adesione: consente infatti di costruire una più solida integrazione pensionistica e, al tempo stesso, di ridurre il reddito imponibile di un importo pari ai contributi versati, entro i limiti previsti dalla normativa. Nel lungo periodo, questo beneficio fiscale può diventare un fattore rilevante nel favorire la partecipazione alla previdenza complementare.

 

 

Perché questa riforma è importante e cosa c’è da fare

Fino all’inizio di questo secolo, l’Italia ha avuto uno dei sistemi pensionistici pubblici più generosi d’Europa. Essendo tra i Paesi più esposti ai cambiamenti demografici e all’invecchiamento della popolazione, ha introdotto negli ultimi anni riforme destinate a incidere profondamente sulle prestazioni pensionistiche. Non solo il momento del ritiro dall’attività lavorativa tende a spostarsi verso i 70 anni, ma gli importi delle pensioni saranno, nella maggior parte dei casi, compresi tra il 50% e il 70% dell’ultima retribuzione. In questo contesto, la previdenza complementare diventa un pilastro essenziale per garantire un reddito adeguato in futuro. La riforma del 2026 va in questa direzione, ma non risolve in modo concreto il problema dell’educazione finanziaria dei lavoratori. I meccanismi di silenzio-assenso hanno funzionato solo parzialmente: ciò che puòdavvero cambiare le sorti della previdenza complementare è una maggiore consapevolezza della sua importanza e della sua forte convenienza per i lavoratori, oggi ancora in gran parte assente.