Immaginate di fare un check-up completo allo stato di salute dell’Italia proprio a cavallo tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno. L’ISTAT ha appena scattato due fotografie fondamentali: una misura quanta ricchezza siamo riusciti a produrre (il PIL) e l’altra conta quanti di noi stanno lavorando. Il quadro che esce dai dati preliminari scattati il 30 gennaio 2026 è quello di un Paese che continua a camminare, purtroppo molto lentamente, e nel quale sta cambiando profondamente il modo in cui si lavora: meno precari e più lavoratori stabili, ma ancora troppi giovani disoccupati. Vediamo nel dettaglio cosa ci dicono i numeri, tradotti dal “burocratese” statistico alla vita reale.
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Il motore dell’economia: una crescita “Diesel”
Partiamo dal PIL, ovvero il Prodotto Interno Lordo. Possiamo immaginarlo come il tachimetro dell’economia: se sale, il Paese produce più ricchezza. I dati preliminari per l’ultimo trimestre del 2025 sono incoraggianti. L’economia italiana è cresciuta dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti e dello 0,8% se facciamo il confronto con lo stesso periodo dell’anno prima. Non è uno scatto da centometrista, ma almeno una progressione lenta e costante. Guardando l’intero anno 2025, il PIL è aumentato complessivamente dello 0,7%. Chi ha spinto la macchina? A trainare la crescita sono stati soprattutto l’agricoltura e l’industria, con un aiuto anche dal settore dei servizi. Interessante notare che a comprare i nostri prodotti siamo stati soprattutto noi (domanda nazionale), mentre le vendite verso l’estero hanno frenato leggermente la corsa. La buona notizia è che iniziamo il 2026 con un piccolo vantaggio: abbiamo già una “crescita acquisita” dello 0,3%, un tesoretto statistico che ci portiamo in dote per l’anno nuovo. Il grafico qui sotto illustra l’evoluzione del PIL italiano degli ultimi 10 anni.

Il mercato del lavoro: meno precari, ma meno giovani
Se l’economia cresce, cosa succede ai lavoratori? Qui la situazione è più complessa e ricca di chiaroscuri. A dicembre 2025, il numero di persone che lavorano è leggermente sceso rispetto a novembre (-20.000 unità), fermandosi a circa 24 milioni e 142 mila occupati. Tuttavia, non dobbiamo farci spaventare dal dato mensile: se allarghiamo lo sguardo all’intero anno, ci sono 62.000 lavoratori in più rispetto al dicembre 2024. Il vero cambiamento, però, non è quanti lavorano, ma come. È in atto una grande trasformazione dei contratti:
– Addio al posto precario. C‘è stato un crollo verticale dei dipendenti a termine che si sono ridotti di 245.000 unità in un anno con un calo del 9,3%. Al contrario, i posti “fissi” (indeterminati) sono aumentati di 161.000 unità, e anche i lavoratori autonomi sono cresciuti di 147.000 unità. Sembra quindi che il mercato stia premiando la stabilità a scapito della flessibilità a breve termine.
– Le note dolenti: giovani e inattivi. Non è tutto oro quel che luccica. Ci sono due campanelli d’allarme che suonano forte nei dati di dicembre 2025:
1. I giovani faticano a trovare lavoro: Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha fatto un balzo preoccupante, salendo al 20,5%. In un solo mese è cresciuto di 1,4 punti percentuali.
2. L’aumento degli scoraggiati: è aumentato il numero degli “inattivi”, ovvero quelle persone che non hanno un lavoro e nemmeno lo cercano più. Il tasso di inattività è salito al 33,7%. Quando le persone smettono di cercare, spesso è perché perdono fiducia nella possibilità di trovare un impiego.
I grafici sotto descrivono l’andamento del tasso di disoccupazione e degli inattivi da gennaio 2020.

In sintesi
L’Italia del 2026 si presenta come un cantiere aperto. L’economia cresce quanto basta per restare a galla, ma troppo poco per ridare vero slancio al nostro Paese. Il mercato del lavoro vede i disoccupati scendere nel medio periodo e crescere i lavoratori stabili, ma i più giovani stentano ancora a trovare facilmente un’occupazione. Ma la vera sfida del nuovo anno sarà trasformare la stabilità in crescita ed in opportunità reali per chi oggi è ancora fermo ai nastri di partenza.

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